Viste le scarse prospettive di crescita e di investimento che arrivano negli ultimi anni dalle borse, sono in molti i risparmiatori che stanno prendendo in considerazione l’ipotesi di stipulare una assicurazione sulla vita, per dare maggior valore al loro denaro. Sì perché oggi stipulare una polizza di questo tipo non significa solo mettere al riparo i propri cari da eventuali dipartite luttuose, che oltre a togliere ad un figlio la presenza innanzitutto affettiva di un genitore, ne pregiudicano anche la sussistenza economica. Oggi le assicurazioni sulla vita vengono utilizzate come veri e propri salvadanai, in cui riporre i pochi risparmi messi da parte con tanta fatica, nella speranza che da essi se ne possa trarre un guadagno ovvero un investimento.

Il funzionamento in linea di massima è sempre lo stesso anche se sono parzialmente cambiate le finalità. Le figure in gioco sono sempre 4: contraente, assicuratore, l’assicurato e il beneficiario di cui 3 possono essere anche rappresentati dalla stessa persona, come nel caso di una polizza sulla propria vita per la quale il contraente può risultare anche assicurato e beneficiario. Il “contraente” ovviamente è colui che richiede la stipula del contratto e ne paga la cedola (normalmente su base mensile). Poche decine di euro nella maggior parte dei casi, che l’assicurazione si impegna a restituire sotto varie forme al ‘beneficiario’ della polizza, che può essere un parente come la moglie o il figlio o anche un estraneo. Attraverso il versamento di un premio annuale (anche rateizzato) il beneficiario, sulla base degli accordi contrattuali, ottiene una rendita (o un capitale) nel momento in cui si verifichino le condizioni previste.

Le forme di recupero dell’investimento sono principalmente due; se si adotta la formula salvadanaio, la cifra depositata nel tempo e con una buone dose di interessi, viene resa al beneficiario in un’unica soluzione o in forma rateale. Oppure in caso di morte, se previsto dalla polizza stipulata, il beneficiario riceve i benefit maturati, anche in questo caso come nel primo, in un’unica soluzione o attraverso un contributo mensile: si tratta in quest’ultimo caso di una formula assolutamente utile per consentire ai figli di ‘sopravvivere’ economicamente alla dipartita di un genitore, grazie ad un contributo mensile che riceveranno fino alla maggiore età raggiunta.


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